Si dice che il mondo abbia perso colore.
Ci sono però ragazzi e ragazze, donne e uomini che hanno scelto di vivere a colori.
Martino. Luca. Juri.
Daniela. Vanessa. Daniel.
La luce - oro, azzurra, blu cobalto, indaco, violetta - del cielo terso.
Il bianco - delle nuvole, della roccia, del latte.
La ruvidità - dei manti delle mucche, del tavolo di legno, delle panche al sole.
L’umidità - del pascolo d’alta quota.
Il sapore - del latte diventato formaggio.
La stanchezza - nelle gambe, nelle mani, negli occhi.
Rossa. Tabacco. Pezzata. Chiara.
Qui l’estate si misura in albe, mungiture, pascoli.
Negli alpeggi attorno alle Dolomiti di Brenta, su altipiani che si aprono da valli strette e impervie, il mondo non ha perso colore.
Qui l’estate si misura in albe, mungiture, pascoli, forme di formaggio da modellare e girare. Un guasto alla corrente, un tubo che perde, una mucca che si perde. In giornate che cominciano presto e finiscono quando c’è ancora qualcosa da fare. Ma questa è solo la parte che si vede.
Poi ci sono le scelte.
Quelle di chi ritorna quassù ogni estate. Di chi ha poco più di vent’anni e ha deciso che questo lavoro è il proprio futuro.
Di chi condivide la stessa malga con la propria famiglia. Di chi conosce ogni animale per nome, carattere, abitudini.
Ma questa è soltanto la parte che si vede.
Abbiamo incontrato alcune di queste persone e abbiamo lasciato che fossero loro a raccontarci cosa significa vivere quassù.
Senza cercare una risposta unica.
Perché forse la vita in malga non ha bisogno di essere spiegata o idealizzata. Ha bisogno di essere ascoltata: nei gesti ripetuti ogni giorno, nelle parole di chi l’ha scelta, nei silenzi tra una cosa da fare e quella successiva.
E nei colori che, lassù, sembrano ancora avere un nome.